Intervista a Olga Szwajgier

Una citazione dell’ Intervista effettuata a Olga Szwajgier nel 3 Luglio 2008 a Cracovia, dalla Dott.ssa Gosia Luberda.

 

Professoressa, lei canta da sempre e tutto ebbe inizio a Słowikowa. Potrebbe raccontarci un po’ della sua infanzia?

Sono nata in un villaggio chiamato Słowikowa (la cui traduzione esatta è ”il paese dell’usignolo”) il 6 gennaio (anche se sui documenti hanno scritto 15 gennaio) del 1944: ciò mi ha obbligato a cantare, visto che ero in competizione con gli uccelli… Intorno a me solamente foreste, bei paesaggi. Ero circondata dai canti popolari a colazione, pranzo, merenda, cena ed anche negli intervalli tra i pasti… Ho vissuto un felice periodo in Polonia, dove tutti cantavano e sapevano che il canto possiede una funzione guaritrice. Conosco migliaia di canzoni popolari perché ero costantemente immersa in quei temi e ritmi. A due anni cantavo già, con mia nonna. Mi hanno preparata fin da piccola a cantare. I vicini di casa, gli amici, tutti cantavano. Ero abituata anche a fischi di qualsiasi tipo. Studiando, fischiavo sempre, cantando delle arie. Poi ho smesso. Ora mi esercito con la mente.(…)

Gli inizi della sua formazione procedono secondo la scuola italiana classica del Bel Canto. Può raccontaci un po’ di questa esperienza?

Sì. Ho avuto fortuna con gli educatori. In un primo tempo mi ha insegnato una grande professoressa, Leokadia Kukawska, più tardi Stanislawa Hoffmanowa, entrambe allieve di Helena Zboińska-Ruszkowska, che cantò nel Teatro alla Scala e nel Teatro Metropolitan Opera. Quindi erano state delle vere cantanti di classe. Quando arrivò la Guerra, la mia professoressa non ha più potuto svolgere tale carriera e poi il comunismo non ha potuto uscire dalla Polonia; per questo tutta la sua conoscenza e capacità l’ha offerta ai suoi studenti. Ci insegnava che tre persone decidono dell’uomo, la famiglia, la società, il pianeta: padre, madre e insegnante. Era proprio una maestra. Ho avuto una grande fortuna. Ho avuto la grazia di incontrare sulla mia strada persone squisite. Squisite sotto ogni aspetto della loro umanità. La professoressa Kukawska sempre ribadiva: “è così com’è e dimmi se si può fare qualcosa al riguardo.” (…)

Diceva sempre che nello svolgimento dell’esercizio, più importante della tecnica è la percezione, è provare.

Con la professoressa Kukawska avevo avuto un contatto spirituale inimmaginabile. Lei mi diceva sempre: “ Sei un’essenza spirituale. Il corpo stesso non funziona, solo la tua anima lavora ”. Inoltre, ricevevo le opere selezionate da lei ed io uscivo fuori con le altre. Ci incontravamo sempre a metà strada. Io cantavo quello che lei mi suggeriva con la sua conoscenza pedagogica, ed io quello che desideravo. Naturalmente sceglievo i brani più difficili perché quelle più facili non erano per me. Mi annoiavano, mi appesantivano e dopo un po’ di tempo perdevo la mia attenzione. La professoressa allora parlava così: ”canterai queste canzoni difficili e arie se passi Vaccai” e per me era semplicemente una noia. Ma occorreva farlo perché dava qualcosa. Allora, per metà della lezione studiavo quello che lei prescriveva, e nella seconda parte cinguettavo ciò io che volevo. Naturalmente, all’inizio non ero in grado di farlo bene, ma la professoressa è stata così gentile che sopportò il mio “cantare” per non farmi perdere l’interesse. Non mi giudicava mai negativamente, fu una pedagoga di grande classe. Oggi, dal punto di vista del contributo della mia esperienza pedagogica trentennale, so che questo è il modo migliore di approcciare l’uomo, esattamente come si cura una pianta nel suo vaso, con amore, con l’accettazione della sua incapacità, perché lo sviluppo è un continuo scavare da se stesso e dall’incapacità si raggiungano sopracapacità. Perché quando ripetiamo, quando cantiamo in base a percorsi soliti siamo come una carta carbone. In questa condizione non varcheremo mai la soglia che si chiama creazione, eppure ad ogni uomo creativo non si può chiudere la via, non si può condannarlo ad essere solo un interprete. Nel barocco c’è stato posto per l’improvvisazione. Si scriveva AB, A1 – così ognuno aveva l’opportunità di variare ed improvvisare, a vantaggio della creatività. Poi questo stilema è stato abbandonato e per l’istituzione scolastica fu un vero handicap. Zero invenzione, poca varietà esecutiva, c’è stato un momento in cui le improvvisazioni si consideravano come qualcosa di basso (di scarsa importanza), invece noi in questi momenti siamo nel ruscello creativo dello spirito. Creiamo immediatamente.

In effetti gli studenti frequentando la scuola di musica imparano a riprodurre la musica dagli spartiti, sicché suonare senza il testo scritto diventa un grande ostacolo.

Sì. Questo è un uso improprio dell’educazione in cui l’uomo si porta solo al ruolo di servo e interprete. L’uomo deve sviluppare le proprie capacità creative entro la fine dei suoi giorni.

Che cosa le ha dato la formazione secondo la scuola del Bel Canto?

Ho ricevuto la formazione in Bel Canto e molto bene. Per me questo è un fondamento base, ma non è stato sufficiente. Per me era troppo poco. E ‘come l’esercizio del braccio destro e della gamba destra, mentre la sinistra resta legata.

Anche se questa è una tecnica molto complessa?

Sì, ma fino un certo punto. Quando si arriva a cantare la musica contemporanea in cui l’orecchio non è abituato a salti così insoliti come quattro settime in giù ovvero quattro none in su, allora il Bel Canto è insufficiente.
Quindi questo repertorio l’ha spinta a reinventare il suo proprio metodo di formazione e a lavorare con la voce?

Come sembravano le sue esercitazioni nel privato?

Assai diverse dal solito: ad esempio, in un giorno esercitavo solo tritoni, nella seconda settime piccole per tutta la mia estensione. Ma non solo questo tipo di esercizio. Ho dovuto esercitarmi e sensibilizzarmi ad un altro tipo di uditorio. Beethoven aveva già annunciato che il tritono e la settima avrebbero rivoluzionato il mondo. Aveva ragione, perché il suono particolarmente quello tra le note La e Si1 ha il potere di distruggere le cellule del cancro in 21 minuti, quindi questa è una rivoluzione. Piuttosto, il mio metodo di lavoro non so se chiamarlo metodo. Ho iniziato esercizi sui microtoni e sui quarti di tono, che nella musica europea sono assenti. Anzi, la tendenza ad intonare intervalli minori del semitono si reprime nei bambini quando cantano in modo naturale e non secondo il sistema temperato. Questo canto sui quarti o sull’ottavo di tono porta ad un’inimmaginabile attenzione e concentrazione. Insegna il rispetto per gli altri suoni. Gloria a Dio che ci sono gli uccelli che riempiono questo vuoto. Nella musica indiana, cinese e coreana i microtoni sono utilizzati per la guarigione in modo naturale. Per la musica europea e la ricerca sui suoi aspetti terapeutici c’è un grande uomo, Fabian Maman. Mi sono imbattuta nel suo libro tre anni fa e sono rimasta davvero sbalordita dai risultati della sua ricerca. In particolare perché negli anni ’70, mentre lavoravo sull’ampliamento della mia estensione vocale, avevo iniziato a vedere la luce e il colore del suono, ho cominciato a vedere la sua forma. Potevo cantare immagini dipinte per me da miei meravigliosi colleghi

Cosa l’ha spinta a questo tipo di esplorazione e di lavoro con la sua voce? Ho letto da qualche parte che voleva imitare molto gli uccelli.

Esattamente. Se si sente un uccello di solito ci si incanta del suo canto, vero? E se secondo il concetto europeo della musica esso canta in modo non pulito (“stonato”), allora cosa fai? Uccidi questo uccello?

No. Cercherei piuttosto di comprendere in che modo emette questi suoni.

Brava!

Io stesa avevo provato a imitare i canti degli uccelli ma purtroppo la mia laringe non resisteva. Perché?

Perché non era sufficientemente esercitata. Perché nessuno esercita le corde in tutta la loro lunghezza. Nemmeno la mente lo fa perché per esercitarsi su questo ci vuole una dedizione specifica. Noi non siamo abituati a concentrarci e ad essere attenti; questa attenzione per se stessi, i microtoni invece la richiedono in un modo assoluto. Quindi con piena consapevolezza e con assoluta attenzione ricercavo questi microtoni per poter competere con gli uccelli. Quando sentivo che un uccello cantava più in acuto di me, non ci stavo (non mi andava bene). Dunque tentavo di nuovo ma non potevo, ancora una volta, ma non potevo, di nuovo e ancora non potevo, allora ancora una volta. Ero incredibilmente paziente e così penso che questo è il mio caratteristico pregio fondamentale – la pazienza, e l’altro è la gioia di quello che faccio, e non ha nessun significato per me se la cosa che faccio mi viene fuori bene oppure no. Semplicemente faccio e mi chiedo se già adesso riuscirò a farlo oppure se dovrò lavorarci sopra ancora un po’. Non so cosa sia scoraggiarsi perché non mi è ancora riuscito alla centoventesima volta. L’uomo ha sempre ragione, qualsiasi cosa pensa. Quando pensiamo negativamente faremo di tutto per approvare il negativo, quando pensiamo positivamente sarà accadrà la stessa cosa, ma nel bene. La scelta appartiene a noi.

Spesso, accade che nonostante i lunghi esercizi non vediamo un particolare progresso, anzi in molti casi i nostri esercizi finiscono con mal di gola e stanchezza. Intuitivamente sappiamo che facciamo qualcosa di sbagliato, ma l’incapacità di individuare l’errore ci frustra ancora di più e ci scoraggiamo. In questi casi allora, sentirsi scoraggiati è una conseguenza naturale?

Prima di tutto, non puoi avere mal di gola, perché è un segno che ci dice che stiamo facendo qualcosa contro noi stessi, che facciamo per forza, oppure che cerchiamo di farlo. In me non c’è stato mai lo sforzo di cercare di fare. Mi sorprendo che mi sia riuscito quello che mi è riuscito fino a questo momento. Un saggio proverbio dice: “non affermo l’assenza ma glorifico la prosperità”. Quando ho un mezzo bicchiere d’acqua dico: “Ho addirittura un mezzo bicchiere d’acqua” e non “Ho solo mezzo bicchiere d’acqua”. Intuitivamente sapevo che dovevo applicare queste conoscenze al lavoro sulla voce. Credo che sia anche un approccio “montanaro” al lavoro. La gente di montagna non si arrende mai. Sono circondati da montagne e vedono il potere che rappresentano, e che occorre misurarsi con loro, senza distruggerle ma essere alla pari con loro.

Il suo desiderio di sviluppare il proprio metodo d’insegnamento l’ha accompagnata fin dall’inizio della sua attività didattica?

Sì. Grazie agli studenti sono cresciuta incredibilmente perché ho dovuto farmi attraversare dai problemi di ciascuno di loro. In questo modo, avendo avuto decine, centinaia e ora già più di mille studenti, ho avuto modo di migliorare me stessa costantemente. Le mie conoscenze sull’energia corporea mi hanno aiutata ed anche le competenze sulla “visione” del suono, perché io lo vedo nel colore, lo vedo con delle forme. Sono in grado di vederlo, sentirlo ed avvertirlo perché il suono è onda. Insegno anche questo. Gli studenti sentono il suono come energia che entra dentro di loro. Vedono dei bagliori della luce di quel suono. Ecco perché durante le nostre lezioni cantiamo dei microtoni, perché essi mettono in moto questa meravigliosa opportunità di vedere il suono e la sua forma. Inoltre il lavoro con i microtoni rilassa e tranquillizza in modo inimmaginabile, per cui gli studenti sono meno nervosi, sono sereni ed hanno più fiducia in loro stessi. Il senso di autostima è anche il senso della propria spiritualità, non attraverso ordini e divieti, ma attraverso l’incanto del comprendere quello che si è, un’essenza perfetta dal più piccolo atomo fino a tutto il resto.

Potrebbe parlare di come le è parso il suo processo di perfezionamento della voce? Questo lavoro ha avuto delle tappe particolari?

In primo luogo c’è stato un percorso alla scuola Bel Canto, concorsi, spettacoli all’Opera. Quando orami mi sentivo realizzata lì, mi resi conto che non ero d’accordo con il sistema vigente del teatro musicale. I cantanti lirici si sforzavano troppo. Sapevo quindi che molto rapidamente mi avrebbero distrutto, perciò chiusi il capitolo con quel mondo. Prima o poi avrei perso la voce, perché raramente i direttori cantano. Decisi dunque che mi sarei occupata di musica contemporanea; così avrei deciso io quali canzoni cantare, senza partecipare ad un sacco di concerti, e sarei stata presente solamente ai festival più importanti: un’auto-limitazione consapevole. Invece della quantità, la qualità. Naturalmente non sapevo che cosa avrei dovuto affrontare. Dopo la laurea, non avevo idea di cosa realmente fosse la musica contemporanea. Le mie conoscenze finivano con Szymanowski, quindi gli anni ‘30. Mi mettevo a studiare una composizione e non avevo la più pallida idea di che cosa si trattasse. Mi appoggiai moltissimo sull’intuizione. Poi mi resi conto che non mi bastavano più le conoscenze acquisite dal Bel Canto classico. Iniziai dunque con esercizi diversi, con mormorii, sussurri ed urla, cantavo soffiando, sia sull’ispirazione che sull’espirazione. Studiavo diversi vibrati, non solo quello che ci appartiene dalla nascita. Tutto ciò rappresentò grande lavoro e difficoltà, ma le difficoltà ci sono grazie a Dio, è una grazia. Grazie agli ostacoli l’uomo progredisce. Se non esistessero ostacoli non ci sarebbe sviluppo.

Non temeva del fatto che tale sperimentazione potesse farle del male?

No. Al contrario le persone che mi circondavano dicevano di sì. Quando mi esercitavo dicevano: “Che cosa fai? Ti rompi le corde!”. Io invece ero infinitamente fiduciosa che non sarebbe successo perché notavo che solamente quando facevo qualcosa per forza avrei potuto veramente farmi del male. Improvvisamente capii che la gente nella maggior parte dei casi canta per forza, vale a dire per “buttare fuori”, si tortura solo per riuscire a cantare. Schiacciando la gola. Quando iniziai ad ampliare l’estensione della mia voce notai che quando mi contraevo anche solo un pochino non mi usciva un dato suono. E questo non è possibile. Poi iniziai a visualizzare ed immaginare le mie corde vocali. Le pensavo come delle corde del violino. “Accorciando” la corda con il respiro, avrebbe emesso un suono più alto. Anche se questo non aveva nulla a che fare con la fisiologia, provocava l’effetto desiderato.

E non si è fatta danni, anzi. È in forma squisita.

Sì. Tutti sono meravigliati e mi chiedono con curiosità come faccio ad avere una voce così giovanile…

Ha 64 anni. Ha già superato i cambiamenti ormonali causati dalla menopausa, anch’essi possono influire in modo notevole sul timbro e sull’altezza della voce, giusto?

Sì, ma non con il mio metodo. Ciò non mi riguarda. Ho smentito la fisiologia. Ho superato la fisiologia di lavorare solo sulla tecnica. Questo sarebbe umiliante per l’uomo.

Ha elaborato un modo alternativo e particolarmente efficace di lavorare con la voce. È in tal senso un’assoluta precorritrice. Si può dire che la pedagogia vocalica necessitava di un tale metodo. Quali sono i principali obiettivi e le finalità?

Amore, amore e ancora amore.
Vedo tutti come parte di una comune spiritualità. Insegno alle persone che non c’è nulla di più disonorevole della competizione, l’invidia, la gelosia, perché tutti, che lo accettiamo o no, siamo essenza spirituale, una parte di un tutto. Partendo da questo presupposto insegno alle persone come ricostruire in sé una scala di valori fondati sulla spiritualità piuttosto che sull’ego. Così si evita di paragonare se stesso a chiunque. Ad esempio, posso confrontare il mio naso con quello di Liz Taylor? É chiaro che se mi pongo in quest’ottica parto subito da una posizione svantaggiata. Al contrario, il mio naso è il naso migliore per ciò che sono stata destinata a fare qui sulla Terra. Non paragono le mie orecchie con quelle di Sofia o di Marco perché sono per me le migliori, hanno uno scopo qui. Insegno ai miei studenti l’assoluta accettazione di ciò che sono e poi a dare a se stessi il massimo. Quando non si è omologati all’idea standard di bellezza, ci si sente “brutti”; pertanto insegno, con opportuni esercizi, a meravigliarsi di
quella “bruttezza”.
Non distinguo assolutamente il lavoro sulla voce dalle conoscenze dell’uomo. Questo sarebbe estremamente limitante e dannoso per gli studenti. Vedo un uomo nel suo insieme e questa creatura per poter cantare magnificamente e per superare i propri limiti deve sapere molto su di sé. Un uomo che su di sé non sa nulla non riuscirà ad emettere questi suoni. Se il suono esce dall’interno e s’intreccia con la spiritualità, l’individuo si incanta del suono stesso. Non mi permetto di lavorare solo sulla tecnica. Questo sarebbe umiliante per l’uomo.

Meravigliarsi dell’imperfezione?

Sì. Perché l’imperfezione è un autentico consenso su ciò che si è nel dato secondo. Ma noi siamo in evoluzione continua, continuiamo a migliorare. Insegno a ritornare a noi stessi, a trattarci come fossimo un bambino di sei mesi, un anno, quando sappiamo di essere ombelico del mondo. Purtroppo preferiamo disprezzare noi stessi e gli altri, e questo atteggiamento limita la nostra evoluzione. Ce l’hanno messo in testa. Nel corso del tempo, i miei studenti imparano a vedere i colori dei suoni; quando lavorano a livello creativo, insegno da subito a guardare, per esempio, l’aura delle loro dita o il corpo mentale intorno alla testa. Quando uno di loro interpreta la linea di una canzone, il resto degli studenti osserva il cambiamento dei colori nell’aura. In precedenza, solo i pittori dipingevano dei santi con l’aura. Non risulta forse che ognuno di noi è santo perché siamo venuti dalla santità?

 

L’intervista completa è inclusa nella tesi di laurea:
“Essere Suono. Il metodo vocale di Olga Szwajgier implicazioni artistiche, didattiche e terapeutiche” della dott.ssa Gosia Luberda

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